Pubblicati i promemoria destinati al segretario del Pci tra il 1969 e il 1984
La prospettiva della
rivoluzione comunista in Occidente, il rapporto con l'Unione Sovietica, il
terrorismo e la crisi della politica, la questione morale, il craxismo, i
contrasti interni al Pci. Tutti gli snodi cruciali di oltre un decennio di
storia italiana appaiono in controluce nel volume di note e appunti riservati
che Antonio Tatò, uomo di fiducia di Enrico Berlinguer, redigeva con costanza e
puntiglio all'allora segretario del Pci. Proprio il carattere informale di
questi scritti - a volte resoconti di colloqui con esponenti di altri partiti, a
volte riflessioni in forma di veri e propri saggi politico-culturali - fanno di
Caro Berlinguer (Einaudi, pp. 338, euro 14,50) una fonte storica di eccezionale
importanza, al di là dei personali radicamenti negli schieramenti politici di
quel periodo storico.
«La pubblicazione completa di documenti così
importanti, riservati e recenti - spiega nella prefazione lo storico Francesco
Barbagallo - è stata decisa dagli organismi dirigenti della Fondazione Istituto
Gramsci per due motivi: contribuire alla ricostruzione della storia dell'Italia
repubblicana e cercare di evitare deleteri scoop fatti di brandelli documentari,
incompresi e distorti». Né va dimenticato che si tratta di appunti - spesso
infarciti di giudizi duri -non destinati alla pubblicazione ma alla conoscenza
esclusiva del solo Berlinguer.
Le annotazioni durante la prima fase della
segreteria di Berlinguer sono rarefatte e incomparabile, per numero e per
respiro, a quelle del periodo successivo al 1978. Fanno eccezione, nel primo
arco temporale, due ampie riflessioni del '76 su capitalismo e socialismo, e
sull'intreccio tra crisi economica e bisogno di democrazia. Al tema della crisi
del sistema imperialistico e capitalistico mondiale Berlinguer aveva dedicato
alcuni passi della relazione al XIV congresso del Pci. Era una lettura
sostanzialmente catastrofica dello sviluppo del capitalismo, incentrata sugli
elementi di crisi, di recessione, di calo produttivo nei sette principali paesi
capitalistici. Mancava, invece, l'altro aspetto di questa crisi «ch'era,
ancora, - commenta Barbagallo - di ristrutturazione innovativa dei sistemi
capitalistici di produzione». Alle tendenze critiche incorporate nel
capitalismo si contrapponeva lo sviluppo produttivo dei paesi socialisti nei
primi anni Settanta; «in quei paesi - commentava Berlinguer -esiste un clima
morale superiore, mentre le società capitalistiche sono sempre più colpite da
un decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di
corruzione e disgregazione».
Ma il vero punto di svolta negli appunti di Tatò
è il 1978 che vede l'esplosione del terrorismo e il rapimento Moro. In un
promemoria per Berlinguer dei primi d'aprile espone il suo punto di vista sulle
Brigate Rosse. Le Br puntano a distruggere la Dc e Moro, «ma l'obiettivo
centrale e di fondo è cercare di far fallire la nostra politica democratica,
bloccare la nostra ascesa a posizioni di governo, impedire il nostro ingresso
definitivo nei gangli centrali dello Stato, perché siamo l'unica forza capace
di risanarlo e di rinnovarlo, mentre i terroristi e gli estremisti vogliono
dimostrare che è marcio fin nelle midolla e che non c'è altro da fare che
spazzarlo via con la violenza armata».
Nel frattempo, la strategia del compromesso
storico si consuma tra le fratture interne al gruppo dirigente, in un distacco
crescente della pratica di mediazioni con la Dc e l'elaborazione ideale. Nei
giorni di Pasqua del '79 Tatò accusa l'area socialdemocratica del Pci di «opportunismo
di destra», e di essere ancorata alla concezione dei «piccoli passi», alla
pura e semplice amministrazione del presente.
Il quadro politico cambia completamente negli
ultimi anni di vita di Berlinguer. Craxi consolida il dominio accentratore nel
Psi e farà dell'uso spregiudicato di qualsiasi mezzo pur di raggiungere il
governo e l'autonomia dal Pci - in un sistema di potere analogo a quello
democristiano - il proprio leit motiv. «Dalle carte di Tatò - riassume
Barbagallo - esce confermata la centralità del conflitto, in questi anni tra
Berlinguer e Craxi. Tutto li divideva: il carattere, la struttura morale, la
prospettiva e la pratica politica». Nel marzo dell'81, ad esempio, Tatò
riferisce di una cena tra Scalfari e il gruppo editoriale «L'Espresso-Repubblica»,
da un lato, e Craxi e una delegazione del Psi, dall'altro. Il segretario
socialista lancia una proposta al Pci: un governo laico-libertario senza Dc, con
l'appoggio esterno dei comunisti. Il commento di Tatò su Craxi è perentorio,
«non trova un cane che chieda o sostenga la presidenza socialista... e
provocatoriamente chiede che si sia noi comunisti a fare questa proposta. In
cambio di che? Del rilascio di una patente al Pci di partito di governo, di una
dichiarazione "solenne e irrevocabile" che però resterebbe un puro
flatus vocis, giacché a quella dichiarazione non conseguirebbe l'ingresso del
Pci al governo». La centralità della questione morale, lo scandalo della
loggia P2, la necessità di rigenerare il ruolo dei partiti e di una politica
delle classi lavoratrici saranno l'ossatura della critica berlingueriana al
craxismo. C'è una strenua lotta per marcare la diversità del Pci, per evitare
che il partito venga risucchiato nella subalternità al sistema di potere.
Nell'aprile dell'83 - a un mese dal XVI congresso - Tatò lancia a Berlinguer un
allarme per la «erosione della Costituzione» in Italia, con parole ancora oggi
profetiche: la «distinzione di funzioni tra partiti, Parlamento e Governo... si
è perduta, non c'è più», al suo posto è subentrata una «commistione dei
ruoli». «Ma è chiaro, ci sembra, che non si tratta di porre mano a riforme
istituzionali o a revisioni e innovazioni costituzionali, bensì di bloccare il
processo di distorsione e di pratica erosione delle norme della Costituzione e
di imporre il ripristino della loro completa e coerente applicazione».
Tonino Bucci, "Liberazione"- sett 03
«Su
quale giudizio dare di costui, credo non ci siano disparità di vedute o
dissensi del nostro attuale gruppo dirigente di partito. Tutti i
compagni della Segreteria convengono - a quattr'occhi - che Craxi è un
avventuriero, anzi un avventurista, uno spregiudicato calcolatore del
proprio esclusivo tornaconto, un abile maneggione e ricattatore, un
figuro moralmente miserevole e squallido, del tutto estraneo alla classe
operaia, ai lavoratori, ai loro profondi e reali interessi, ideali e
aspirazioni... Con Craxi appare in Italia - in questa Italia fine anni
'70 che sta nel pieno di una crisi massima - un personaggio quale ancora
non si era visto in più di 30 anni di vita democratica, un bandito
politico di alto livello. E' anch'egli un portato della decadenza della
nostra vita pubblica, un segno dell'inquinamento esteso del nostro
personale politico. Craxi è anzi uno dei più micidiali propagatori dei
due morbi che stanno invadendo la sinistra italiana - l'irrazionalismo e
l'opportunismo - e che il maggior partito della classe operaia ha il
dovere di combattere e di debellare. Ma non è facile, perché il metodo
e lo stile di Craxi hanno sorpreso e sorprendono un po' tutti, almeno
fino a ora. Il suo è comportamento sfrontato, provocatorio, temerario,
fazioso, violento, ma che proprio per questo può sembrare forte, e
quindi può intimidire partners e avversari, può persino suscitare
ammirazione, se non approvazione». |